Pubblicato da: vditella | gennaio 16, 2007

Da IL MANIFESTO del 16 Gennaio 2007

Il MoSE è poco sicuro. Venezia non si salva così

Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani, Paolo Vielmo

Abbiamo seguito lo scambio di opinioni sul MoSE dopo l’articolo di Rossana Rossanda (il Manifesto, 28 novembre 2006), e vorremmo portare un nostro contributo esclusivamente tecnico alla discussione.
Siamo un gruppo di professionisti con esperienza internazionale ultratrentennale nel campo dell’ingegneria marina offshore e autori di un progetto alternativo al MoSE – che qui non vogliamo trattare – che hanno potuto esaminare a fondo gli aspetti tecnologici del progetto MoSE, e di questo vogliamo parlare.
Anche sul vostro giornale si sta ripetendo l’annosa disputa fra favorevoli e contrari intendendo sostanzialmente che chi è favorevole al MoSE vuole la salvezza di Venezia, perché la salverebbe dalle acque alte eccezionali, mentre chi si oppone non intende fare nulla e pensa solo all’uso degli stivali (anche nell’articolo di Cesco Chinello del 13 dicembre).
Quelli poi che sono favorevoli al MoSE (il professor Andrea Rinaldo dello stesso giorno), considerano questo l’unico progetto possibile per la chiusura totale delle bocche di porto, adducendo la motivazione che questo progetto è stato approvato in tutte le sedi istituzionali e quindi è l’unico progetto degno di essere considerato.
Nei mesi scorsi, la commissione tecnica nominata dal sindaco di Venezia, per valutare i rischi strutturali critici del MoSE e le soluzioni alternative proposte, ha messo in evidenza che le cose non stanno proprio in questo modo. Da parte nostra, dato per scontato che se si vuole proteggere Venezia da eventi tipo quello del 1966, non c’è alternativa alla chiusura totale delle bocche, vogliamo portare la discussione sulla tecnologia usata per le opere di sbarramento e sul grado di sviluppo e adeguatezza del progetto MoSE a rispettare i requisiti di progetto imposti dalla legge speciale per Venezia.
Contestiamo nel merito la seguente affermazione del professor Rinaldo: «Ai dubbi tecnici sul funzionamento dell’opera in corso di realizzazione (…) hanno risposto gli organi tecnici dello stato, dal Magistrato alle Acque al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, che hanno centenaria tradizione nel trattare materie controverse e metodologia di amministrazione. Solo il dubbio che a sbagliarsi siano gli oppositori del MoSE non viene mai messo in discussione».
Il professore, alle critiche puntuali al MoSE fatte dagli esperti del Comune di Venezia risponde, senza entrare nel merito tecnico, contrapponendo il fatto che il progetto è stato approvato e che tutti i timbri sono a posto e tranquillizza Rossana Rossanda dicendo «stia tranquilla, funziona».
Vorremmo che il professor Rinaldo spiegasse se questa sicurezza deriva dal fatto che tutti i timbri sono a posto, oppure se deriva dalle sue competenze professionali specifiche. Ricordiamo che gli aspetti critici strutturali del MoSE sono stati recentemente asseverati da tre cattedratici (A. Colamussi, G. Benvenuto, A. Campanile) esperti nelle tecnologie di riferimento del MoSE (tecnologie marine) che non sono certo quelle dell’ingegneria delle costruzioni idrauliche che, da quanto dichiarato, rappresenta il campo di competenza del professore. Facciamo presente che il professor A. Colamussi conosce il progetto MoSE avendo fatto consulenza per il Consorzio, il professore G. Benvenuto è tra i massimi esperti italiani di progettazione navale e marina, e il professor A. Campanile rappresenta la massima autorità accademica nel campo delle tecnologie navali e marine offshore, essendo l’unico professore ordinario della cattedra di «strutture offshore» in Italia, e che le loro valutazioni rappresentano un parere super partes espresso ai massimi livelli accademici possibili in Italia.
Il comportamento del Comune di Venezia (far valutare le critiche al progetto MoSE da cattedratici indipendenti) è un esempio di correttezza e trasparenza che non abbiamo riscontrato nella composizione dei gruppi di lavoro incaricati dalla Presidenza del Consiglio per la valutazione delle proposte del Comune di Venezia.
Di particolare rilievo ci è sembrato il comportamento auto-referenziale del Magistrato alle Acque, in quanto il suo gruppo di lavoro che ha emesso la relazione di valutazione dei progetti alternativi è lo stesso che ha approvato il cosiddetto «progetto definitivo» del MoSE ed è lo stesso che, come Comitato tecnico di Magistratura, ha approvato la stessa relazione, cercando di dimostrare, a nostro avviso senza riuscirci e lo abbiamo dimostrato, che il MoSE è il migliore progetto possibile.
Le risposte dei vari gruppi di lavoro alle critiche tecniche del progetto MoSE evidenziate dal Comune, sono risultate tecnicamente inconsistenti e confutate nei fatti dai suddetti cattedratici. In definitiva, dato che qualunque discussione sugli aspetti tecnici critici del MoSE è stata accuratamente evitata, la decisione dell’ultimo Comitatone è stata una decisione puramente politica.
Entrando nel merito tecnico della questione il professore, se è convinto e si fa garante della bontà del progetto MoSE, dovrebbe spiegare come si possa considerare «definitivo» un progetto che non rispetta i requisiti fondamentali di gradualità, sperimentalità e reversibilità imposti dalla legge speciale; che garanzie fornisce un progetto che non ha definito i principi per il calcolo strutturale delle opere e contiene componenti fondamentali per il funzionamento e la manutenzione ordinaria e straordinaria del sistema, quali i connettori sconnettibili delle paratoie dalle strutture di base che non sono indicati neppure a livello concettuale e di cui non è definibile neppure a livello di principio la loro affidabilità.
Ci sono molti altri argomenti sollevati dalla commissione del Comune di Venezia (un sistema intrinsecamente instabile che si basa esclusivamente sul funzionamento del sistema di controllo di tutte le singole paratoie e sull’impiego di strutture a collasso determinato di cui non si sa nulla, etc.) che potremmo trattare, ma ci limitiamo, per motivi di spazio, a questi elencati per dimostrare come il progetto MoSE è ben lungi dall’essere definitivo e presenta problemi fondamentali ancora irrisolti.
Chi si dice favorevole a questo progetto – lo ripetiamo – dovrebbe quantomeno spiegare come il MoSE possa rispettare i requisiti prima accennati e soprattutto come se ne fa la manutenzione.
Ci si consenta un’ultima considerazione. Il professor Rinaldo, riprendendo un concetto espresso da Rossana Rossanda e da noi condiviso, insiste nel ribadire che la laguna è un ambiente artificiale su cui si sono fatti in passato numerosi interventi e che su di essa si deve continuare ad intervenire «per salvarla dalla sparizione e per adattarla ad ambiente vivibile e vitale secondo esigenze di sviluppo economico e sociale della città».
Noi pensiamo che ciò è tanto più vero oggi, a fronte di attesi cambiamenti climatici e possibile crescita del livello medio del mare, molto più rapidi che in passato. Siccome però su questi aspetti c’è tanta incertezza del mondo scientifico, oggi è assolutamente impossibile prevederne l’impatto ambientale e socioeconomico.
Pertanto non comprendiamo perché si insiste nel voler realizzare un sistema come il MoSE, irreversibile ed immodificabile, che congela lo status quo per cento anni e che, in caso di necessità di una modifica della configurazione idraulica delle bocche di porto che potrebbe emergere nei prossimi anni, non lascia che una alternativa: seppellire per l’eternità il MoSE in fondo al mare e con esso 4,3 miliardi di euro dei contribuenti italiani.

Commento

Questa lettera al Manifesto è stata inviata molto prima che uscissero sui giornali le notizie sull’eustatismo indicati nella relazione della Commissione ambiente della Comunità Europea. Senza voler rivendicare la priorità di aver evidenziato il problema, si ribadisce la necessità che qualsiasi sia il sistema di chiusura delle bocche di porto, questo dev’essere reversibile e che il MoSE, che non rispetta questo requisito fondamentale imposto dalla legge speciale, nonostante abbia tutti i timbri a posto, non è accettabile
Sarebbe interessante conoscere il parere dei favorevoli al MoSE su questo problema ma soprattutto di quelli che hanno approvato il cosiddetto "progetto definitivo" accettando l’interpretazione dell’ingegner Scotti sulla reversibilità di cui diamo ampia discussione nei precedenti post di questo blog.

Vincenzo Di Tella

Per un Parco della Laguna

Patrizia Torricelli *

L’intervento di Rossana Rossanda ha aperto un dibattito sicuramente utile, dove tuttavia è data poca voce all’ecologia, una scienza centrale per lo studio dei sistemi naturali ai diversi livelli di complessità, dall’individuo all’ecosistema. L’ecologia, del resto, è stata poco e mal considerata anche nella valutazione dei progetti alternativi al MoSE. Illuminante è stata la presentazione, cui ho personalmente assistito, del progetto alternativo maggiormente sostenuto dal Comune. Il progetto, come è noto, comporta il restringimento delle bocche di porto con conseguente permanente riduzione degli scambi fra mare e laguna, sino al 20 per cento rispetto all’attuale. Ho sentito, con stupore, definire questo «un impatto modesto sull’ambiente», liquidando così sbrigativamente le complesse implicazioni di natura ecologica sull’intero sistema lagunare. «Modesto» è un aggettivo privo di significato nel metodo scientifico in generale e, da un punto di vista ecologico, un impatto «modesto» può anche rappresentare una catastrofe.
Il metabolismo dell’ecosistema lagunare è infatti strettamente regolato dagli scambi mareali. La laguna di fatto «vive» grazie agli scambi idrici con corpi acquatici adiacenti e, a fronte di un intervento alle bocche di porto che prevede una forzata, permanente e consistente riduzione della capacità di scambio mareale, sarebbe doveroso prospettare, con rigore scientifico, gli effetti sul funzionamento dell’ecosistema. É lecito ipotizzare, ad esempio, il verificarsi di anossie e crisi distrofiche soprattutto (ma non soltanto) nei periodi estivi; è inoltre probabile una minore efficienza delle funzioni di diluizione ed esportazione degli inquinanti; è infine prevedibile, come dimostrano studi recentissimi, una minore dissipazione del carico organico rilasciato nei canali urbani, il cui idrodinamismo è fortemente condizionato dagli scambi mareali. Più in generale, in un sistema vasto e composito come la laguna di Venezia, le aree più interne, spesso ad alto valore naturalistico, sono vulnerabili a variazioni del regime idrologico, che altera il processo di vivificazione su cui si fonda l’equilibrio di queste aree, ove si rinvengono habitat e specie tipiche degli ambienti lagunari, adattati ai cicli di ricambio naturale delle acque.
Il MoSE è un sistema che solo temporaneamente interrompe gli scambi fra mare e laguna. E poi il MoSE esiste. É stato costruito circa il 30 per cento dell’intero progetto. Oggi la comunità scientifica degli ecologi, al di là di ogni dibattito tecnico e politico, è su questo che è chiamata ad impegnarsi, tenendo realisticamente conto che le attività dei cantieri alle bocche di porto sono fonte indubbia di danni all’ambiente. Ma non basta genericamente affermarlo. Quei danni bisogna conoscerli, rilevarli e misurarli. Ed è proprio questo che si sta facendo, così come indicato dalle Direttive europee. Solo sulla base di queste conoscenze si potranno infatti pianificare mitigazioni agli impatti dei lavori in corso o adeguate e indispensabili compensazioni ambientali.
Su questi temi sarebbe più che mai importante la collaborazione delle amministrazioni locali, anche perché, al di là dei facili proclami, in realtà rimane scarsa l’effettiva e concreta attenzione ai problemi ambientali. Sento spesso invocare idee nuove per Venezia. Sarebbe davvero innovativo poter offrire al mondo, insieme allo splendore della città, anche la straordinaria natura della sua laguna. Perché ciò avvenga, però, è necessario un grande progetto che sappia integrare la realtà del MoSE con l’effettiva conservazione dell’ambiente e la valorizzazione della cultura, delle tradizioni e dell’economia lagunare. L’amministrazione comunale precedente aveva iniziato un percorso per la creazione di un Parco della Laguna. Questo sarebbe il grande progetto, la vera nuova immagine per Venezia, protetta dalle acque alte e al contempo capace di conservare e di fruire del proprio patrimonio naturale, garzetta compresa naturalmente.

(*)Ordinario di Ecologia, Università Ca’ Foscari di Venezia

Commento

Abbiamo riportato anche l’intervento della prof Torricelli perché abbiamo notato che Il Manifesto dopo l’articolo della Rossanda riporta gli articoli di commento a coppia.
Prendo questo esempio per fare alcune considerazioni.
L’articolo della professoressa, che si dichiara favorevole al MoSE, attacca un progetto alternativo che prevede restringimento delle bocche per fare le sue deduzioni, che non voglio neppure commentare, (ce ne sono altre di altrettanti cattedratici che dicono il contrario) per scartare tutte le alternative. In questo articolo ci sono due argomentazioni tipiche di chi si dichiara favorevole al MoSE.

  1. Si attacca una soluzione alternativa perché produrrebbe dei danni o perché ritenuta impropriamente simile a una soluzione esaminata e scartata, tra l’altro senza dire quale, per scartare tutte le altre.
    Sarebbe da chiedere se la professoressa conosce il progetto Paratoia a Gravità, che rispetta tutti i requisiti di progetto del MoSE, compreso quelli di gradualità, sperimentalità e reversibilità che il MoSE non rispetta, e che può essere progettato per le stesse condizioni del MoSE ed inoltre può essere usato anche stagionalmente.
    Inoltre sarebbe da chiedere qual è l’effetto dell’eustatismo previsto dalla Commissione ambiente della Comunità Europea sul metabolismo dell’ecosistema lagunare con un sistema irreversibile qual è il MoSE.
  2. Il progetto è stato approvato, in questo caso si fa un passo avanti e si afferma: "Il MoSE esiste". La prof dovrebbe dire cosa esiste, l’affermazione sembra un dogma di fede rivelata più che il parere di un professionista. Il grado di avanzamento di un progetto non si definisce solo sulla base dei soldi spesi, ma bisogna quantificare quanto c’è ancora da fare e che cosa c’è da fare, e se le cose da fare sono opere che usano una tecnologia matura con esperienza pregressa oppure si tratta di componenti da inventare di sana pianta come per il MoSE (argomenti ampiamente trattati in questo blog, asseverati da eminenti cattedratici esperti nelle tecnologie di cui si tratta, e mai smentiti).

Logica, buon senso e correttezza professionale vorrebbero che si parlasse di cose che si sanno e non per sentito dire o peggio per slogan. Ci si chiede quali siano le competenze progettuali della professoressa di ecologia per poter asseverare la validità di un progetto di un sistema così complesso con contenuto tecnologico molto specialistico che dev’essere ancora definito in alcuni componenti essenziali del sistema e che quindi sono ancora irrisolti. Si può riconoscere alla professoressa la competenza sulla valutazione dell’impatto ambientale di un’opera ma non di certo la valutazione tecnica di un progetto: ognuno faccia il suo mestiere.

Vincenzo Di Tella

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