Pubblicato da: vditella | gennaio 21, 2007

Dalla NUOVA VENEZIA di domenica 21 gennaio 2007

Se il MoSE finisce in fondo al mare è un errore, non un’opera reversibile

 È di questi giorni la notizia relativa alle previsioni sull’effetto serra fatto dalla Commissione Europea per l’ambiente e riportata in prima pagina sul Financial Times. Entro il 2070 il livello dei mari aumenterà di 70 centimetri, e la previsione non è la più catastrofica. Basta leggere gli atti delle conferenze sul clima tenuti in giro per il mondo per rendersi conto che questo scenario non era imprevedibile. Bene ha fatto il sindaco Massimo Cacciari a denunciare pubblicamente la inadeguatezza del MoSE, progettato per un eustatismo massimo di 60 cm in cento anni, a far fronte a eventi del genere. In questa nota si vuole evidenziare un aspetto fondamentale per qualsiasi sistema per la chiusura totale e parziale delle bocche di porto ed è il requisito della reversibilità ovvero della rimovibilità che consente di riposizionare e di adeguare nel tempo le opere in funzione degli scenari che effettivamente si potranno presentare.
 Pensiamo sia utile, per i lettori, ricordare i motivi per i quali tale requisito, insieme alla gradualità e la sperimentalità erano stati imposti dalla legge: la delicatezza e vulnerabilità della città di Venezia e della sua laguna e la complessità del quadro ambientale tenendo presente anche delle incertezze dovute all’eustatismo, imponevano un approccio molto cautelativo per le opere di salvaguardia, e quindi si richiedeva che, pur dopo adeguati studi e sperimentazioni su modello, le opere realizzate dessero la possibilità di una graduale verifica sperimentale al vero e di una rimozione in caso si verificassero effetti imprevisti non positivi.
 In diverse occasioni abbiamo fatto presente i vantaggi di una soluzione reversibile anche per questo aspetto specifico, infatti la progettazione di un sistema irreversibile è influenzata in maniera determinante dal dislivello di progetto mare-laguna dovuto all’eustatismo massimo possibile e quindi deve essere scelto con criteri cauzionali molto ampi. Un sistema reversibile, invece, può essere progettato per un dislivello dovuto all’eustatismo di soli 10 cm, e riposizionato ad una quota di appoggio superiore a quella iniziale ove l’aumento del livello medio mare si verificasse effettivamente consentendo, tra l’altro, di mantenere il raggio idraulico delle bocche pressoché costante con evidenti vantaggi anche sulla portualità. Questo per il MoSE non è possibile e lo abbiamo dimostrato in diverse occasioni ed in particolare in occasione della presentazione del nostro progetto, al Consorzio, al Magistrato alle Acque e al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, e mai nessuno ci ha mai potuto smentire. L’ingegner Scotti rispondendo ad una nostra richiesta di dimostrare come il MoSE possa rispettare il requisito della reversibilità, ci ha dato questa sua interpretazione: «la reversibilità può essere intesa come reversibilità degli effetti, ovvero come possibilità di utilizzare l’opera con modalità diverse, fino a giungere al suo mancato uso, senza introdurre alcuna interferenza ambientale».
 Il MoSE, quindi, rispetta un criterio di reversibilità diverso e cioè quello degli effetti, nel senso che se l’opera non risultasse idonea o vi fossero effetti negativi, essa può sempre essere resa inattiva in fondo al mare, dove si può lasciare sepolta, anche per sempre.

 Il concetto a nostro avviso è tecnicamente inaccettabile per i seguenti motivi.

 Questa interpretazione è in contraddizione col parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici ribadito anche recentemente nella relazione del Ministro Di Pietro che citiamo: «Beninteso, detta elaborazione esecutiva dovrà tener conto che la realizzazione delle opere alle bocche deve avvenire con i richiesti caratteri di gradualità, flessibilità, reversibilità, e possibile sperimentalità, allo scopo di poter verificare tutti gli aspetti fondamentali connessi con l’efficacia del sistema e della sua gestione».
Quindi si parla di una realizzazione delle opere graduale, sperimentale e reversibile e non degli effetti delle opere che se non utilizzate le rendono, per questo, reversibili.
 La reversibilità degli effetti è di fatto implicita nel sistema di sbarramento con paratoie mobili incernierate al fondo e quindi a scomparsa, indicata come soluzione progettuale dal gruppo dei sette saggi, in quanto è del tutto evidente che le paratoie, se lasciate in condizione di riposo, non hanno effetto sui flussi di marea; se, in aggiunta a questo, il legislatore ha richiesto che il sistema fosse reversibile, evidentemente non poteva che riferirsi alla realizzazione e gestione di tutte le opere, incluse quelle di fondazione e supporto dello sbarramento e le opere complementari necessarie al funzionamento del sistema.
 Accettando l’interpretazione dell’ingegner Scotti dobbiamo accettare il fatto che dopo aver speso 4300 milioni di euro ove l’opera non risultasse idonea o vi fossero, per motivi diversi, effetti negativi, guasti irreparabili o perché l’eustatismo reale è superiore a quello di progetto, essa deve essere lasciata inattiva in fondo al mare, e quindi che in tal caso sarebbe stata realizzata un’opera inutile perché non reversibile.
 La reversibilità è un’altra cosa, significa: un’opera che permette di tornare indietro fino allo stato e alle condizioni iniziali e non un’opera che viene abbandonata perché inutilizzabile e lo possiamo affermare con cognizione di causa avendo progettato e realizzato alcune grandi opere marine reversibili.
 Per quanto riguarda poi l’affermazione che l’interpretazione del progettista è stata accettata e approvata dalle autorità competenti, (approvazione mai messa in dubbio) facciamo presente che nessuna approvazione può rendere reversibile un’opera che reversibile non è e non potrà mai esserlo, né può certo cambiare il significato di un vocabolo della lingua italiana.
L’approvazione può avallare una non conformità ma non può certamente certificare il rispetto di un requisito di progetto che, di fatto, non è rispettato e che ha un impatto enorme sulla funzionalità e sull’affidabilità del progetto.

Vincenzo Di Tella, Gaetano Sebastiani, Paolo Vielmo
ingegneri, Venezia

Commento

Un chiarimento su questo argomento andrebbe chiesto, da parte di chi ne ha l’autorità, a coloro che hanno approvato il progetto MoSE e hanno avallato, assumendosene la responsabilità, la interpretazione del Progettista sui requisiti imposti dalla legge speciale e autorizzato un’opera che nei fatti, dopo qualche decennio dal suo completamento (altro che i cento anni previsti dalle specifiche di progetto), con buona probabilità, dovrà essere abbandonata sul fondo del mare perché inutilizzabile per gli scopi per cui è stata prevista e cioè proteggere Venezia e la sua laguna dalle acque alte eccezionali. Chi risponderà di questo spreco ingente di risorse pubbliche? Il progettista e le imprese del Consorzio diranno: abbiamo realizzato il progetto che ci è stato approvato; saranno i tecnici del Magistrato alle Acque e i suoi consulenti a pagare? Sarebbe bene fare chiarezza perché in questo caso non si può dire: è stato un evento imprevisto, imprevedibile, noi non sapevamo…  e altre amenità del genere. Oggi le cose sono chiare, vengono da fonte terza e autorevole e non si può mettere la testa sotto la sabbia per non vedere.
Si faccia un’opera che rispetta i requisiti di legge. Non è ancora troppo tardi.

Vincenzo Di Tella

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